«Nessuna ricchezza del mondo ci proteggerà dalla crisi ambientale». Amitav Ghosh, tra i più importanti scrittori indiani, parla a un mese dal disastro del Nepal e dopo un’estate di record climatici infranti. Da decenni Ghosh indaga il rapporto tra esseri umani e natura. Dieci anni fa, con il saggio La grande cecità, ha portato nel dibattito un tema fondamentale: la cultura e la letteratura, secondo lui, erano incapaci di raccontare la crisi climatica. Da quel libro, la consapevolezza è cambiata, l’emergenza è sotto gli occhi di tutti e fortutamente i narratori e le narratrici si sono assunti una responsabilità maggiore.

Perché la ricchezza non basta a proteggerci?
«È un’illusione pensare che l’Occidente sarà protetto dai problemi ambientali semplicemente perché è più ricco. Il Pil è un indicatore ingannevole: non dice nulla sulla resilienza. Lo abbiamo visto anche durante il Covid: Paesi che sulla carta disponevano di enormi risorse sono stati colpiti duramente».

Vale anche per le singole persone?
«Certamente. Le persone molto ricche possono cercare di proteggersi: vediamo già miliardari della tecnologia costruire rifugi autosufficienti. Ma per una famiglia della classe media può essere molto diverso. Molte persone hanno investito tutto ciò che possiedono in una casa e in un luogo. Che cosa accade se diventa invivibile?».

È finita l’estate più calda di sempre. A che punto siamo?
«Il mondo oggi è nel mezzo di un disastro in corso. È una catastrofe. In Europa avete visto cosa succede, quello che già succede da anni in altri Paesi. Molti europei pensavano accadesse solo nel Sud globale. Ma l’Europa si sta riscaldando a un ritmo circa doppio rispetto alla media globale. Ora anche l’Europa è in prima linea».

Quando ha visto le immagini del disastro in Nepal del mese scorso, causato dal distacco di un ghiacciaio, che cosa ha pensato? Ancora oggi si cercano i dispersi, e la montagna mostra altri segni di cedimento.
«Che cosa si può dire? Si prova una terribile tristezza davanti a una tragedia simile. Ma allo stesso tempo era completamente prevedibile. Le Glof, le inondazioni improvvise provocate dallo svuotamento dei laghi glaciali (Glacial lake outburst flood), stanno diventando sempre più comuni. Ci sono moltissimi laghi glaciali in tutto l’Himalaya. È completamente prevedibile che ci saranno sempre più disastri di questo tipo».

Anche altrove?
«Purtroppo penso che accadrà anche nelle Alpi, avete già avuto diversi episodi del genere. Nulla di tutto questo arriva come una sorpresa».

Lei conosce l’Himalaya da quando era ragazzo. Qual è il ricordo più vivo che conserva dei ghiacciai?
«Il mio ricordo più vivido è quello di Gaumukh, il ghiacciaio da cui nasce il Gange. Ho dei ricordi molto vividi di quando da studente, studiavo vicino a quelle montagne. Spesso andavamo a fare trekking su quelle vette. Quanto le amavo».

Oggi sono diverse?
«Sono ferite. I ghiacciai si riducono come un’emorragia. E poi c’è una cosa che nessuno dice, terribile: oggi quelle montagne sono completamente deforestate. Ed è una delle ragioni per cui abbiamo queste catastrofi. Le montagne deforestate per far spazio a infrastrutture o strade semplicemente collassano».

Conosce anche le nostre montagne, che consiglio dà a quelle comunità che devono adattarsi a nuove condizioni climatiche?
«Prima cosa: valutate e calcolate i rischi. Bisogna conoscere il territorio e quello che può accadere. Per chi vive in quelle regioni è molto importante prestare grande attenzione. Conosco la Valle d’Aosta, ma anche la provincia di Cuneo e le Dolomiti: quelle montagne sono estremamente belle ed estremamente fragili».

Dieci anni dopo La grande cecità, quale capitolo aggiungerebbe?
«La modifica più importante che farei sarebbe non privilegiare il cambiamento climatico come causa principale della nostra attuale crisi ambientale. La perdita di biodiversità, l’estinzione delle specie e altri fenomeni sono anch’essi motori molto importanti della crisi planetaria. Non sono affatto secondari rispetto al cambiamento climatico. Semmai possono rappresentare un pericolo altrettanto grande».

Nel suo ultimo romanzo, L’occhio fantasma (Einaudi), la trama ruota attorno alla memoria e all’oblio. Dimentichiamo troppo facilmente cos’è importante, quando pensiamo alla natura?
«La memoria è importantissima. Quando sono stato al Vajont sono stato felice di vedere che lì hanno costruito un museo. E c’è Marco Paolini, che ha portato quella storia a teatro. Ma molti disastri accadono e non ci prendiamo davvero la briga di conservarne la memoria. Penso a un altro esempio molto forte: Santa Maria della Salute a Venezia, costruita come monumento alla peste nel 1600 dopo un periodo disastroso... Il contrasto con la disattenzione del nostro tempo è enorme. Credo che i nostri antenati capissero il valore della memoria più di noi»

Perché abbiamo perso questa capacità?
«Siamo bloccati nel presente e il nostro orientamento è sempre verso il futuro. E spesso siamo isolati dagli altri. Ma è proprio la memoria ciò che conta davvero. Come dice il mio amico filosofo Giorgio Agamben, tutto ruota attorno alla domanda “Chi rimane”. La memoria ci può salvare».

Il romanzo parla anche di conoscenze ancestrali che la modernità ha spesso liquidato come superstizione. Siamo in tempo per riscoprirle?
«Ne sentiamo il bisogno perché c’è un disastro tutto intorno a noi. È anche questo che ci obbliga a mettere in discussione alcune delle nostre certezze e a guardare diversamente al rapporto tra esseri umani e natura».

Negli ultimi anni abbiamo visto un crescente interesse per i diritti della natura. È una direzione giusta?
«Sono un grande sostenitore del movimento per i diritti della natura. Penso che sia uno degli sviluppi più positivi che abbiamo visto. In Ecuador i diritti della natura sono stati inseriti nella Costituzione, nel nome di Pachamama (il concetto di Madre Terra, ndr). In Nuova Zelanda un fiume è stato riconosciuto come entità vivente, sacra e antenata di una tribù. Anche una montagna ha ottenuto questo status».

C’è margine di ottimismo per il nostro futuro?
«Chiunque guardi realisticamente ciò che sta accadendo nel mondo non può essere ottimista. Stiamo anche peggiorando. Penso alla Norvegia: un Paese incredibilmente ricco che però decide di aprire nuove aree costiere all’estrazione di combustibili fossili».

La spaventa l’Ai?
«No, non finché continuerà a sbagliare il mio nome».

Ma ci sarà qualcosa che le dà speranza?
«Durante la pandemia di Covid abbiamo scoperto improvvisamente che il consumo non era la cosa migliore della vita, che non ci si può rendere felici semplicemente comprando automobili, vestiti o altro. Per un momento ci ha costretti a ripensare le nostre priorità. Ecco, possiamo riprovarci, insieme».

 

Intervista di Nicolas Lozito ad Amitav Ghosh per "Il colore verde" n.273